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No alla violenza sulle donne

(A cura dell’Avv. Alice Di Lallo e dell’Avv. Cecilia Gaudenzi)

Il 25 novembre si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999.

La data del 25 novembre non è casuale: è stata individuata in onore delle tre coraggiosissime sorelle Mirabal, Patria, Minerva e Maria Teresa, assassinate brutalmente il 25 novembre del 1960 da mandanti del dittatore Trujillo, colui che sottomise la Repubblica Dominicana per oltre trent’anni. Le tre donne furono uccise per delle ragioni precise, erano delle attiviste politiche molto impegnate che crearono piccoli comitati di opposizione alla dittatura.

In Italia, a seguito di anni di battaglie in cui le donne hanno affermato i propri diritti, nel 1968 i giudici della Corte Costituzionale con la sentenza n. 126 dichiarano finalmente incostituzionale per violazione di ogni principio di uguaglianza l’articolo 559 del Codice penale che prevedeva la reclusione della moglie adultera sino ad un anno e la pena di due anni di reclusione per la relazione adulterina della moglie ma soprattutto sanciva che il delitto d’adulterio era punibile a querela del marito.

Bisogna attendere il 1975 per il primo intervento legislativo in materia di diritto di famiglia con il quale per la prima volta la donna viene considerata al pari dell’uomo, almeno dal punto di vista legale: riconoscimento della libertà matrimoniale; rapporto paritario tra coniugi nella conduzione della famiglia, in relazione ai rapporti personali, patrimoniali e con i figli; regime di comunione legale dei beni; possibilità di riconoscimento dei figli adulterini.

Solo nel 1981 vengono finalmente abrogate le norme relative al matrimonio riparatore ed al delitto d’onore: col primo, in particolare, il matrimonio contratto tra l’autore della violenza e la vittima estingueva il reato; col secondo si prevedeva una pena ridotta a chi uccidesse la moglie o il marito, la figlia o la sorella per difendere il proprio onore o quello della famiglia.

La situazione italiana appariva ancora più grave se si pensa che in alcune zone a quell’epoca, soprattutto nell’Italia meridionale vi era la consuetudine della “fuitina” che altro non era che un matrimonio per rapimento, in cui però si presumeva che rapitore e rapita fossero complici per sfuggire all’opposizione della famiglia di lei all’unione in matrimonio. La cosiddetta “fuitina” rendeva però possibile giustificare, in caso di rapimento a scopo di stupro, che si era invece trattato di una fuga d’amore.

Successivamente, nel 1996 la violenza sessuale non viene più considerata un crimine contro la dignità personale e la moralità pubblica, ma un crimine contro la persona stessa; nel 2001, vengono introdotte nuove misure volte a contrastare i casi di violenza all’interno delle mura domestiche con l’allontanamento del familiare violento, misura che può essere disposta anche dal Giudice civile; nel 2009 vengono inasprite le pene per la violenza sessuale e viene introdotto il reato di atti persecutori ovvero lo stalking; nel 2013 l’Italia ratifica la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica.

Gli Stati firmatari della Convenzione di Istanbul, che è il primo strumento giuridico vincolante a tutela delle donne vittime di violenza, hanno l’obbligo, dotandosi di politiche globali e integrate, di prevenire la violenza, proteggere le vittime e punirne gli autori, evitando la vittimizzazione secondaria della donna la quale non può essere oggetto di giudizio o di conseguenze per il sol fatto di aver denunciato la violenza subita.

La normativa interna e internazionale ci dicono che la violenza contro le donne non è più un fatto privato come, invece, lo era sotto la vigenza del delitto d’onore, del matrimonio riparatore, della violenza sessuale come reato contro la morale e il buon costume (e non contro la persona).

Sempre nel 2013 viene approvata la Legge sul femminicidio, con la quale il legislatore ha introdotto nel codice penale nuove aggravanti e misure a tutela delle vittime di maltrattamenti e violenza domestica; nel 2019 entra in vigore il Codice Rosso e nel settembre 2021 con la “Riforma Cartabia” con i quali vengono intensificate le tutele alle donne vittime di violenza.

Le statistiche ormai sono note: nel mondo, 1 donna su 3 ha subito violenza durante la propria vita.

Ormai non sorprende più sapere che la violenza che le donne subiscono deriva per lo più dalle persone che sono loro maggiormente vicine: le forme più gravi di violenza, infatti, sono esercitate da partner o ex partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

Secondo il Rapporto Istat 2019 sulle donne vittime di omicidi, delle 111 donne uccise nel 2019, l’88,3% è stata uccisa da una persona conosciuta. Per oltre la metà dei casi le donne sono state uccise dal partner attuale o dal precedente.

Per l’anno 2020, a causa anche della pandemia Covid-19 che ha costretto alla convivenza quotidiana e ravvicinata le coppie e le famiglie, i dati della Direzione Centrale della Polizia Criminale indicano un aumento del numero delle vittime di sesso femminile che passa da 56 a 59.

Nel 2020 le chiamate al 1522, il numero antiviolenza e stalking, sono aumentate del 79,5% rispetto al 2019, sia per telefono, sia via chat.

La violenza contro le donne può avere diverse forme: fisica, sessuale, psicologica, economica, tutte caratterizzate dal dominio e controllo dell’uomo sulla donna.

La violenza contro le donne è considerata tanto dall’Onu quanto dal Consiglio d’Europa come una violazione dei diritti umani ed una forma di discriminazione basata sul genere. Una violenza trasversale, che non ha confini geografici, né sociali né economici, proprio perché si tratta di un fenomeno strutturale basato sulla disparità tra uomini e donne e sugli stereotipi di genere.

Violenza e parità di genere sono, quindi, temi strettamente correlati.

Il preambolo della convenzione di Istanbul riconosce la natura strutturale di tale violenza che è al contempo causa e conseguenza della disparità nei rapporti di potere tra donne e uomini e che limita la piena emancipazione delle donne.

Emblematiche le parole che i media e anche i politici (e in alcuni casi eclatanti anche giudici e personale della giustizia) utilizzano allorquando parlano di violenza sulle donne.

È la donna vestita in un certo modo che ha provocato la reazione violenta dell’uomo.

È la donna che ha bevuto troppo che ha legittimato il gruppo alla violenza.

È il troppo amore, la troppa gelosia che ha ucciso la donna.

È il comportamento esasperante della donna a provocare la reazione violenta del partner.

È il tradimento della donna a legittimare la violenza dell’uomo.

Riconoscere la violenza, nelle sue diverse forme, è il primo passo per affrontare il difficile percorso di uscita dalla violenza. Le donne che si rivolgono ai Centri Anti Violenza raccontano spesso di un copione di vita molto simile, quello che viene definito spirale o ciclo della violenza: la prima fase (“di crescita della tensione”) in cui alla violenza di lui corrisponde il tentativo di lei di assecondarlo, di evitare tutti quei comportamenti che potrebbero innescare la violenza del partner. In questa fase sono tipiche le denigrazioni, le intimidazioni, i silenzi. La tensione poi cresce e nella seconda fase (“del maltrattamento”) la violenza esplode in tutte le sue forme. Ma poco dopo ecco la fase ultima, quella più subdola, della “luna di miele” ove il partner si mostra dolce, tenero ( “ti prometto che non lo farò più” “scusami” ). Il maltrattante, così, offre una tregua e si ritorna a vivere tranquillamente per un periodo di tempo più o meno lungo che porta spesso la donna a continuare la relazione assecondando però i voleri del partner, rinunciando così a vivere nella paura che la violenza possa riemergere. Nella spirale della violenza, molto spesso è la donna che arriva a pensare di essere lei la responsabile dei comportamenti violenti dell’altro, arrivando anche a giustificare la violenza del partner pensando di meritarla.

La violenza contro le donne si sconfigge attraverso l’educazione delle bambine e dei bambini, attraverso l’eliminazione degli stereotipi di genere che sono ancora presenti nella nostra società. Lo stereotipo impedisce lo sviluppo delle capacità delle ragazze e dei ragazzi, le loro scelte educative e lavorative.

La stessa Convenzione di Istanbul suggerisce come fare: includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, il diritto alla integrità personale (art. 14).

Attenzione, quindi, al modo con cui ci rivolgiamo ai nostri figli e alle parole che utilizziamo nei loro confronti: non chiamiamo un bambino che piange “femminuccia” e non diciamo alle bambine che giocano sporche di fango “non fare il maschiaccio”, coltiviamo nei nostri figli maschi la dolcezza, la tenerezza nei confronti del prossimo. Lasciamo che le bambine giochino con le macchine e che i bambini maschi cullino le loro bambole.

Da sempre interessata alla tematica dei diritti umani e delle persone, dopo un’esperienza presso la Prefettura di Milano – Sportello Unico dell’Immigrazione, ha iniziato la pratica forense nello Studio Legale Di Nella dove, nell’ottobre 2014, è diventata Avvocato, del Foro di Milano. Si occupa di diritto civile, in prevalenza di diritto di famiglia, italiano e transnazionale, delle persone e dei minori, e di diritto dell’immigrazione.

Dal 2011 collabora con la rivista giuridica on line Diritto&Giustizia, Editore Giuffrè, su cui pubblica note a sentenza in tema di diritto di famiglia e successioni e dal 2018 pubblica note a sentenza anche sul portale online ilfamiliarista.it, Editore Giuffrè.

È socia dell’AIAF (Associazione Italiana degli Avvocati per la Famiglia e per i minori). Svolge docenze nei corsi di formazione e approfondimento per ordini e associazioni professionali ed enti privati, partecipando anche a progetti scolastici su temi sociali e civili.